Legge di similitudine

Qualsiasi sostanza che, nella sua sperimentazione su un soggetto sano, abbia provocato la comparsa di un determinato complesso di sintomi, sarà in grado di influenzare positivamente, qualsiasi sia la sua origine, un quadro sintomatologico simile, producendo una esaltazione dei meccanismi di difesa in atto.

La legge di similitudine è stata osservata fin da tempi antichissimi, ma il primo che la ha veramente studiata ed enunciata in modo chiaro è stato Ippocrate: egli spiegava nei suoi scritti che, per affrontare le malattie, esistono due modi completamente opposti: la via dei contrari e quella dei simili, distinguendo l’uso curativo da quello tossico.

La medicina di Ippocrate parte dall’osservazione oggettiva dei segni della malattia, arrivando alla terapia attraverso due vie opposte: quella dei contrari “contraria contrariis curentur” e quella dei simili “similia similibus curentur”. Entrambe vengono impiegate per mettere in moto le forze sanatrici della natura “Vis medicatrix naturae”. Ippocrate fu il primo ad abbandonare le concezioni mitologiche e pre-scientifiche per introdurre in medicina l’osservazione sistematica e metodica dei fenomeni, privilegiando il metodo induttivo, dal particolare al generale, dagli effetti alle cause e dai fatti concreti ai principi teorici, contestando tutte le teorie di tipo speculativo.

Nel suo testo “dei luoghi dell’uomo” espone la medicina del simile, differenziandola da quella dei contrari, ed affermando la necessità di individualizzare ciascun caso e, conseguenzialmente, anche l’atto terapeutico: “si tratterebbe a volte con i contrari, secondo la natura e l’origine della malattia, a volte con i simili, nuovamente secondo la natura e l’origine della malattia”. Ed afferma inoltre: ” la maggior parte delle malattie sono curabili con le stesse cose che l’hanno procurate” e ” la malattia è prodotta dai simili e mediante i simili che la producono, il malato ritorna dalla malattia alla salute. Così ciò che provoca stranguria dove non esisteva, cura la stranguria dove esiste. La tosse, come la stranguria, è causata dalle stesse cose.”

Nella sua opera permangono comunque evidenti tracce del simile magico pre-Ippocratico: è tuttavia evidente in tutti i suoi scritti una notevolissima capacità di osservazione di tutti i fenomeni naturali.

Tali premesse ci fanno capire chiaramente perché di fronte ad un congelamento, ad esempio, possiamo usare due tecniche terapeutiche opposte, quella dell’identico, frizionando le parti congelate con del ghiaccio, e quella dell’opposto apponendo una fonte di calore; allo stesso modo, di fronte ad un surriscaldamento, si possono applicare stimolazioni calde od applicazioni fredde. Entrambe le tecniche sono efficaci (tutti i popoli che vivono sulla neve conoscono ed applicano con sicurezza la tecnica dell’identico, e tutti sanno che una bevanda od una doccia calda sono mezzi molto efficaci per combattere qualsiasi fenomeno di surriscaldamento), ma c’è una differenza fondamentale fra i due metodi: l’uso del contrario vede l’organismo subire passivamente tale azione, l’uso del simile determina una reazione attiva che permane ben oltre l’effetto dello stimolo conducendo, ove possibile, alla guarigione in tempi nettamente più brevi.

Ovviamente la reattività dell’organismo non si accende solo con stimolazioni di tipo termico, ed il modello reattivo è utilizzabile praticamente con tutte le sostanze presenti in natura: ogni sostanza è capace, quindi, di provocare sia effetti tossici e perturbanti, sia effetti reattivi e curativi. Ma, mentre per il freddo ed il caldo abbiamo usato il principio dell’identico, in Omeopatia si usa la sostanza che sia in grado di indurre, nell’organismo di sperimentatori sani, sintomi il più possibile simili a quelli comparsi nella malattia che vogliamo curare.

Per quale motivo?

La logica della legge di similitudine è ferrea e lampante:

se i sintomi, come l’esperienza dimostra, sono un segno di reazione positiva dell’organismo, il somministrare, in un determinato quadro sintomatico, sostanze che producano sintomi reattivi simili, determinerà una forte accelerazione verso la guarigione.

La legge di similitudine è spesso usata empiricamente, magari inconsapevolmente: possiamo citare, ad esempio, alcune pratiche curative in uso presso i “Curanderos”, veri e propri stregoni dei popoli indigeni messicani. Vengono infatti usate svariati tipi di erbe, in molti casi sfruttandone le capacità “anti”, ma in altri con il criterio della similitudine.

Elenchiamo tali casi citandone la fonte che, curiosamente, è la nota rivista “Scienza Veterinaria” n. 6 del novembre-dicembre 1987.

Leggendo l’esposizione dei curatori viene quasi da sorridere quando viene manifestata una evidente perplessità sull’apparente contraddizione di certi fenomeni citati. Leggiamo testualmente: “Non è tutto chiaro. Esistono apparenti contraddizioni fra l’attività specifica conosciuta di alcune piante e l’uso che ne viene fatto dagli indigeni. Per esempio “l’Agave cupreata” viene usata come antidoto al veleno dei serpenti, mentre, da studi svolti, dovrebbe, contrariamente, aumentare la velocità di assorbimento e potenziare proprio l’attività di alcuni veleni. Il “Croton Drago”, che contiene varie sostanze irritanti, è usato invece con successo come anti-diarroico ed anti-cheratitico. Alla “Rosa centifolia” viene attribuita una azione leggermente lassativa. Al contrario, contenendo una certa percentuale di tannino, sarebbe più logico ritenere che possa essere dotata di un’azione astringente (si usano i petali in infuso). La “Sida acuta” usata tradizionalmente come anti-diarroico contiene un alcaloide che dovrebbe provocare diarrea“.

E’ evidente che i due curatori dell’articolo, non conoscendo l’Omeopatia, non potessero altro che manifestare perplessità di fronte ai fatti citati, mentre essi altro non sono che una applicazione perfetta e probabilmente inconsapevole del principio della similitudine.

Per tali applicazioni empiriche, mancando comunque due principi fondamentali, quelli della diluizione e della succussione, non possiamo assolutamente parlare di omeopatia, ma dobbiamo considerarle più semplicemente della pur ottima fitoterapia.

Ma agendo in questo modo non esiste il rischio di far peggiorare gravemente i disturbi del malato? Ritornando all’esempio del congelamento, se continuassimo a frizionarlo col ghiaccio a tempo indefinito otterremmo il risultato opposto a quello voluto, consegnando il soggetto alla cosiddetta “morte bianca”: le stimolazioni col simile debbono essere minime e dosate, e proprio per tal motivo le sostanze omeopatiche vengono usate a dosi infinitesimali. Hahnemann usò la tecnica della diluizione progressiva per evitare i temibili aggravamenti dei pazienti. Tale tecnica, rimasta inalterata da allora, permette di evitare molto spesso il fenomeno sempre possibile dell’aggravamento omeopatico.

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