L’aggravamento omeopatico

La somministrazione, in un qualsiasi quadro morboso, di un rimedio omeopatico, scelto secondo la legge di similitudine, può determinare nell’organismo le seguenti reazioni:

– un miglioramento del quadro;

– un peggioramento del quadro;

– la comparsa di nuovi sintomi;

– la ricomparsa di vecchi sintomi;

– nessuna risposta:

In questo capitolo analizzeremo principalmente le reazioni di aggravamento.

La comprensione del fenomeno dell’aggravamento sarà facilitata dalla serie di considerazioni che seguono e che riguardano le modalità di reazione dell’organismo di fronte ad uno stimolo morboso.

Abbiamo già visto, nel capitolo dedicato alla salute, malattia e guarigione, come sia fondamentale, per una buona riuscita della nostra professione medica, quel corretto approccio alla malattia che può derivare esclusivamente dalla comprensione dei meccanismi di difesa dell’organismo.

Il riconoscere nei sintomi presenti durante l’evoluzione di un processo morboso non una espressione della malattia, ma al contrario la migliore risposta possibile dell’organismo ad essa, è la chiave indispensabile a tale comprensione.

Se si considerano infatti i sintomi come espressione non della malattia ma della

reazione attiva dell’organismo, diverrà facile capire il meccanismo di azione della

legge di similitudine: ribadiamo quindi il concetto che abbiamo enunciato nel capitolo dedicato a tale legge: una sostanza che nella sua patogenesi abbia provocato, come reazione dell’organismo, un determinato corteo di sintomi, sarà in grado di influenzare positivamente un quadro sintomatologico simile qualsiasi sia la sua origine, in quanto produrrà una esaltazione dei meccanismi di difesa in atto.

Alla luce di questa realtà diventa facile spiegare anche la apparente stranezza del fatto che una sostanza omeopatica possa influenzare un quadro morboso sostenuto da un virus, un batterio, una sostanza tossica o velenosa, senza possedere, nei loro confronti, alcun tipo di azione diretta o specifica. Infatti l’organismo, sofisticato prodotto di una lunga evoluzione, nell’ambito di numerosi sistemi di interazione fra le sue varie componenti, usa, per mantenere il proprio stato di omeostasi, fondamentalmente due sistemi: quello di allarme, interno ed esterno, e quello di difesa.

Gli allarmi esterni sono costituiti da quel patrimonio di informazioni sensoriali, stampate nel corredo genetico od acquisite attraverso l’esperienza e l’insegnamento dei propri genitori, che ci permettono di riconoscere ed affrontare nel modo migliore possibile qualsiasi pericolo.

Gli allarmi interni sono principalmente rappresentati dagli stimoli dolorosi, vigili ed insostituibili sentinelle che, oltre alla funzione basilare di avviso, svolgono il compito di limitare od addirittura impedire completamente le normali attività motorie fino alla scomparsa della patologia.

Il sistema di difesa è invece costituito da tutte quelle strutture, dal sistema immunitario a quello nervoso, che intervengono contro le aggressioni esterne di ogni tipo.

I due sistemi descritti manifestano la loro azione attraverso quei canali, di numero ragguardevole ma finito, che noi chiamiamo sintomi e che si combinano fra loro nei modi più svariati a seconda dello stimolo morboso e della propria reattività individuale.

Per semplificare la comprensione di tali meccanismi, possiamo ricorrere come esempio al modello di una nazione, protetta dalle proprie forze armate ed equiparare i vari corpi d’armata e relativo H.Q. (il quartier generale) alle difese dell’organismo regolate dal sistema nervoso centrale.

Di fronte ad un attacco nemico saranno naturalmente interessate per prime le difese di frontiera (rappresentate dalla pelle, le mucose ed in generale tutti gli emuntori). Esse metteranno in atto tutte quelle misure (i sintomi) che permettano, per quanto possibile, l’eliminazione totale del nemico ed il suo allontanamento dal territorio assieme alle strutture distrutte nella battaglia.

Tali misure sintomatiche sono rappresentate dai vari sintomi drenanti (vomito, diarrea, traspirazione, scialorrea, eczema, forfora, espettorazione, epifora, leucorrea, piuria, ematuria ed altro).

Tra le difese perimetrali più importanti dobbiamo citare le adenoidi e le tonsille, veri baluardi contro i tentativi del nemico di invadere il territorio sfruttando le grandi vie di comunicazione e scorrimento (sistema circolatorio e linfatico). A questo proposito proviamo a riflettere su quale può essere l’effettivo risultato della rimozione chirurgica delle strutture citate: sarebbe come se il comando centrale, di fronte ad un attacco che stia provocando morte e distruzione in una delle sue postazioni di frontiera più importanti, anziché mandare rinforzi e munizioni, decidesse di fare scomparire tale roccaforte per non avere ulteriori perdite in loco. E’ evidente a tutti che il risultato immediato di tale mossa sarebbe la scomparsa di quei problemi regionali, ma con la logica conseguenza finale di ritrovarsi, dopo breve tempo, a combattere il nemico nel cuore del paese, con tutti i rischi connessi. Oltre ad un “blitzkrieg”, guerra lampo, che può portare alla sconfitta totale dell’invaso o dell’invasore, vi è naturalmente un’altra possibilità, che è quella che il paese venga invaso da forze massicce ma non preponderanti rispetto a quelle delle difese, e che si crei quindi una situazione di guerra  di trincea, con nuclei invasori annidati in vari punti strategici del territorio da dove, continuativamente o periodicamente vengono scagliati nuovi violenti attacchi o semplici azioni di disturbo. Ecco la malattia cronica, con i suoi periodici aggravamenti ed espressione di una situazione di stallo fra l’organismo ed il morbo, con i sintomi a rappresentare in tal caso più che mai processi vitali di mantenimento di tale pur precario equilibrio. Tornando all’esempio delle tonsille, quando l’invasore riesce ad impadronirsi di tali strutture e ad attestarvisi (tonsillite cronica con possibili, anzi probabili gravi danni a strutture primarie come il cuore, i reni o le articolazioni), vi è l’obbiettiva situazione di una nostra struttura di difesa, nevralgica perché a bada dei canali di scorrimento, che è diventata a tutti gli effetti territorio nemico. Quindi, pur essendo chiaro che lo scopo primario sarà sempre la riconquista di tale nostra postazione, in vista anche di altre invasioni future, può essere a volte necessario, nelle guerre di trincea, distruggere quel pur vitale baluardo allo scopo di evitare continue infiltrazioni di elementi nemici in tutto il territorio, con le conseguenze che ne possono derivare.

Rassegnamoci, comunque, anche di fronte ad una vittoria totale (risoluzione dei problemi a tutti i livelli dopo tonsillectomia), ad aspettarci possibili, anzi probabili guai seri in caso di invasioni future di qualsiasi provenienza: tali invasori avranno subito la via spianata dall’assenza sicuramente irreparabile di tale linea di difesa e dovranno essere affrontati nelle vie delle principali città. Per fortuna il nostro organismo possiede meccanismi di difesa veramente eccezionali, ed anche situazioni di questo tipo permettono normalmente di affrontare con efficacia qualsiasi tipo di invasore. Di certo è poco confortante, alla luce di questa realtà, doversi rendere conto di essere stati educati non a curare il nostro organismo ma a fare di tutto per ostacolarne gli eccezionali meccanismi difensivi.

Ecco quindi la grande opportunità che ci viene offerta dall’omeopatia che agisce dando un poderoso aiuto all’organismo, secondo quindi leggi naturali. In sintesi di quanto esposto proponiamo questo modello matematico: di fronte ad un aggressore l’organismo mette in azione le armate perimetrali “1, 8, 17, 37, 99”, valutate le più adatte (ad esempio vomito, scolo nasale, traspirazione, diarrea e febbre). Se noi vogliamo fornire un aiuto all’organismo, dovremo dargli il rimedio che, indipendentemente dalle cause, abbia stimolato, nella sua patogenesi, gli stessi canali di risposta. In un altro caso più grave, con un livello di invasione più profonda, vengono messe in azione le armate sia perimetrali che di difesa interna (1, 10, 18, 37, 79), vomito, epatite, ittero, diarrea e flatulenza: sarà sempre utile il rimedio omeopatico che abbia preminenti questi sintomi nella sua patogenesi. Le difese dell’organismo a qualsiasi atto di invasione non saranno quindi altro che le varie possibili combinazioni di intervento dei diversi reparti di difesa, che avranno manifestazione visibile in ciò che noi chiamiamo sintomi. Di qui l’assurdo, anche concettuale delle terapie “anti”: tali terapie sono giustificate solo nei casi in cui non vi siano alternative altrettanto pronte e rapide e vi sia grave pericolo di morte a causa di una omeostasi molto alterata del soggetto. L’antibiotico, in questo caso, rimane la terapia fondamentale ed insostituibile perché i danni che dal suo uso possono derivare sono chiaramente insignificanti rispetto al rischio della morte del soggetto. Insignificanti ma non da sottovalutare: abbiamo infatti già ricordato come recenti studi abbiano dimostrato, al di là degli effetti tossici primari e secondari derivanti dalla attività della molecola, esistere un processo di gelificazione nel tessuto connettivale di cataboliti e scorie di origine diversa, provocato dall’azione inibitoria del farmaco e che impedisce di fatto la loro espulsione attraverso gli organi emuntori.

Le azioni delle molecole “anti”, in ultima analisi, sono come delle “cambiali”, dei “pagherò” che conviene usare solo quando si è con l’acqua alla gola, senza più riserve energetiche. E’ possibile, comunque, rimuovere tali dannosi accumuli anche in tempi successivi, quando l’organismo abbia avuto il tempo materiale di poter ricaricare le proprie batterie, ma trovare il giusto rimedio non è certamente né agevole né facile. La nostra trattazione, fino a questo momento, ha cercato di chiarire solo i meccanismi di reazione dell’organismo e come possa quindi giustificarsi il fenomeno dell’aggravamento.

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