“Farmaci boomerang”: attenti all’antibiotico nascosto nelle ciotole e nel piatto

Nuove evidenze scientifiche potrebbero far luce sul legame tra uso di antibiotici negli allevamenti intensivi, sviluppo di batteri antibiotico-resistenti e aumento delle patologie infiammatorie nei cani e nei gatti.

Gli allevamenti intensivi tornano nell’occhio del ciclone. Questa volta non si tratta di polemiche o di clamorose azioni di protesta da parte del variegato arcipelago animalista/antispecista, ma dei risultati di un nuovo studio scientifico condotto in Italia dal dipartimento Ricerca e Sviluppo di SANYpet S.p.A in collaborazione con ricercatori del Dipartimento di Scienze dell’Università della Basilicata e del Dipartimento di Scienze Mediche Traslazionali dell’Università di Napoli “Federico II”.

Sul banco degli accusati l’ossitetraciclina, un antibiotico ad ampio spettro che, da decenni, viene legalmente utilizzato per tenere sotto controllo il rischio di epidemie negli spazi angusti e sovraffollati degli allevamenti intensivi.

Non si è ancora spenta l’eco dell’allarme sanitario sullo sviluppo di ceppi batterici resistenti agli antibiotici anche in ambito zootecnico, messa in relazione proprio con il ricorso ai farmaci battericidi, che si apre un nuovo fronte: quello della pericolosità per la salute di cani e gatti dei residui dell’ ossitetraciclina che possono essere presenti nel grasso e specie nell’osso degli animali macellati.

Già nel 2015 uno studio in vitro condotto in collaborazione con l’Università di Torino, di Napoli e della Basilicata*, pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica Poultry Science, aveva evidenziato l’effetto pro-apoptotico dei residui di ossitetraciclina depositati nell’osso di polli a cui è stato somministrato tale antibiotico, seguendo i protocolli di trattamento generalmente utilizzati nell’allevamento intensivo nel rispetto delle leggi in vigore.

La ricerca di residui nel tessuto osseo non viene effettuata nel corso dei controlli da parte delle autorità sanitarie perché l’osso non è considerato un tessuto edibile per l’uomo. La situazione è diversa per cani e gatti che ne vengono a contatto con estrema facilità cibandosi di mangimi industriali che contengono farine di carne ricche d’osso, spesso derivante dalla separazione meccanica dalla carne proveniente dall’allevamento intensivo.

È doveroso sottolineare che in Italia la maggior parte dei produttori di pollame ha volontariamente ridotto o eliminato l’ossitetraciclina, garantendo una materia prima più salubre.

Riteniamo sia doveroso che queste evidenze suggeriscano ulteriori ricerche in merito e portino a modificare in tempi rapidi la legislazione al riguardo.

Le implicazioni della prima ricerca vengono oggi approfondite dal nuovo studio “Toxicological Implications and Inflammatory Response in Human Lymphocytes challenged with Oxytetracycline”, pubblicato sull’autorevole Journal of biochemical and molecular toxicology**.

In questo studio, l’impatto biologico dell’antibiotico è stato determinato attraverso la valutazione in vitro dell’effetto pro-infiammatorio dell’osso contaminato da ossitetraciclina sulla secrezione di citochine pro-infiammatorie da parte di linfociti del sangue periferico umano e canino.

La sperimentazione ha mostrato come l’ossitetraciclina sia in grado di indurre significativamente il rilascio della citochina interferone gamma (INF-γ) da parte dei linfociti T e delle cellule non–T.

L’interferone gamma è una molecola proteica rilasciata dalle cellule in risposta, ad esempio, alle infezioni virali ed è coinvolta in risposte infiammatorie sia negli esseri umani che negli animali.

Questi risultati, ancora più sorprendenti poiché mai osservati in precedenza per un antibiotico, potrebbero suggerire una possibile chiave di lettura dell’indiscutibile aumento di patologie infiammatorie croniche e ricorrenti che colpiscono cani e gatti.

La singolarità e la rilevanza dei risultati acquisiti nel nuovo studio, inoltre, stanno muovendo ulteriori ricerche in vitro da cui sta emergendo come l’ossitetraciclina sia anche responsabile di un danno genotossico sul DNA, con mutazioni epigenetiche e modificazioni biofisiche e meccaniche delle cellule che ne vengono a contatto.

Tali evidenze rafforzano – sempre di più – il concetto che la scelta di materie prime “pulite”, come pesce pescato o carni che non provengano da allevamento intensivo, sia senza dubbio da preferire.

L’attuale legge che limita i controlli sui residui di ossitetraciclina a muscolo, fegato, reni, latte, uova e miele, ignorando completamente l’osso, crea a cascata una serie di danni a tutta la filiera alimentare collegata. I produttori di polli, di farine di carne, di petfood e gli stessi organi di controllo, che devono necessariamente attenersi a quanto dettato dalla legge, sono, di conseguenza, vittime inconsapevoli di questa lacuna legislativa.

* Odore R, De Marco M, Gasco L, Rotolo L, Meucci V, Palatucci AT, Rubino V, Ruggiero G, Canello S, Guidetti G, Centenaro S, Quarantelli A, Terrazzano G, Schiavone A. “Cytotoxic effects of oxytetracycline residues in the bones of broiler chickens following therapeutic oral administration of a water formulation”. http://ps.oxfordjournals.org/content/94/8/1979.long
** Di Cerbo A, Palatucci AT, Rubino V, Centenaro S, Giovazzino A, Fraccaroli E, Cortese L, Ruggiero G, Guidetti G, Canello S, Terrazzano G. “Toxicological Implications and Inflammatory Response in Human Lymphocytes Challenged with Oxytetracycline” – http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/jbt.21775/epdf

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